Archivio per Marzo, 2008

Problemi all’Italiana – sarà questa la volta buona? Chi lo sa..

I problemi dei tedeschi e dei francesi, per quanto gravi siano, impallidiscono di fronte alle difficoltà in cui si dibatte l’Italia, la società bloccata per eccellenza nel vecchio continente. Nel 1987 l’Italia annunciò ufficialmente di aver superato la Gran Bretagna nella classifica del PIL. Da quella data ad oggi, il tasso di crescita del Bel Paese è stato il più basso di tutta l’Unione Europea, inferiore rispetto sia alla Germania sia alla Francia. Anche includendo la fetta considerevole rappresentata in Italia dall’economia sommersa, oggi l’economia italiana è pari solo all’80% circa di quella britannica. Nel 2005 la crescita del Bel Paese è stata vicina allo zero. Il debito pubblico oltrepassa il 100% del PIL: il paese spende ogni anno il 4,5% delle sue entrate per rimborsare gli interessi. L’Italia ha costruito la sua prosperità su industrie vulnerabili alla concorrenza estera, come il tessile, l’abbigliamento e il comparto del mobile. L’Italia è in ritardo in base a quasi tutti i parametri di Lisbona, compresi l’istruzione e gli investimenti in tecnologia dell’informazione. La percentuale di persone sopra i 55 anni che ancora lavorano è bassissima. Un’analisi condotta dalla Commissione Europea nel 2003, che prendeva in esame otto indicatori strutturali, classificava l’Italia all’ultimo posto fra gli Stati membri. La competitività di fondo è stata giudicata inferiore a quella del Portogallo e della Grecia, altri paesi arretrati da questo punto di vista. A differenza della Germania, i costi salariali non sono stati ridotti e nemmeno contenuti. Dal 1995, il costo per unità di manodopera in Spagna è calato del 15%; in Italia è cresciuto del 40%. L’Italia non possiede le grandi aziende che si possono trovare in Germania e in Francia. Per lungo tempo, il paese se l’è cavata ricorrendo a svalutazioni della moneta – come succedeva un tempo nel Regno Unito. In questo modo, l’Italia tornava temporaneamente competitiva, ma questo faceva sì che le riforme venissero semplicemente rimandate a data da destinarsi. Solo dopo l’ingresso nella moneta unica, le debolezze strutturali del Bel Paese sono diventate evidenti. Il sistema di welfare italiano si appoggia in misura considerevole alla famiglia tradizionale, un’istituzione che, al pari degli altri paesi sviluppati, sta vacillando. La percentuale di donne che lavorano è relativamente bassa. Il tasso di natalità è uno dei più bassi del mondo, 1,2 per mille contro il 2,7 degli anni Sessanta. Il figlio maschio che rimane a casa con i genitori è una figura ricorrente nelle famiglie italiane. Più dell’80% degli uomini tra i 18 e i 30 anni d’età vive ancora con i genitori. Il padre italiano medio ha 33 anni al momento della nascita del primo figlio. Avviare un’impresa è difficile in Italia, a causa di normative arcane. Chiunque voglia fondare un’impresa deve passare attraverso un calvario di sedici procedure, che richiedono sessantadue giorni lavorativi per essere espletate. In Francia, per fare la stessa cosa ci vogliono cinquantatrè giorni, in Germania quarantacinque (e soltanto tre in Danimarca). Il mercato del lavoro è diviso come qualsiasi altro in Europa, con forti protezioni per quello che un impiego l’hanno già. Tutti i nuovi posti di lavoro arrivano dai settori non protetti e dalla vasta economia sommersa. È l’economia sommersa che dà alla società italiana una solidità smentita dalle statistiche ufficiali, e una flessibilità e un’adattabilità maggiori. Come succede in Francia, anche in Italia moltissimi lavoratori hanno contratti a tempo indeterminato. Non esiste un sistema organico di protezione per i disoccupati. I sostegni al reddito elargiti dal governo vengono decisi caso per caso, e in genere non coprono le piccole imprese(e in Italia le piccole imprese producono il 70% del PIL). Il governo di centrosinistra entrato in carica nel 2006 propone un sistema che darebbe maggiori protezioni a un lavoratore quanto più è lunga la sua anzianità di servizio, invece di creare un nuovo contratto d’impiego come si è cercato di fare in Francia. L’età ufficiale di pensionamento in Italia è di 65 anni per gli uomini e di 60 per le donne. Ma l’età media reale di pensionamento, per entrambi i sessi, è di 57 anni. Il governo Berlusconi aveva presentato piani per portare l’età di pensionamento reale fino a 60 anni entro il 2010, decurtando le pensioni a chi lasciava il lavoro prima. Alla fine, però, è stata adottata una riforma molto meno ambiziosa del progetto iniziale. Le università italiane sono sovraffollate fino alla saturazione, le riforme efficaci sono state poche e il livello della spesa per la ricerca è troppo basso. Senza cambiamenti strutturali, il paese non ha nulla da investire. A causa delle proporzioni dell’economia sommersa – in gran parte concentrata nel Meridione, con Napoli nel ruolo di capitale del settore – l’evasione fiscale annua sfiora i 100 miliardi di euro. L’Italia è stata paragonata a una rana messa in una pentola di acqua fredda [nota mia: è un’immagine che uso spesso anch’io!]: «Il fuoco è stato acceso e la rana finirà col morire, dolcemente, senza rendersene conto». È un’osservazione non priva di fondamento. Il senso della crisi, tanto visibile in Germania e in Francia, in Italia sembra non esistere. È un paese forse troppo abituato alle crisi, e all’avvicendarsi dei governi, per prendere troppo sul serio l’attuale impasse. Eppure il paese deve far fronte, da tutti i punti di vista, a difficoltà estremamente pressanti. Il suo stile di vita sta diventando insostenibile, anche prendendo a riferimento un periodo di tempo relativamente breve. Non potendo più usare l’espediente della svalutazione, l’unica opzione a disposizione è una profonda riforma strutturale. Ma il sistema politico nazionale, con le sue coalizioni composite e i suoi ben radicati interessi consolidati, appare male equipaggiato per garantire la spinta politica necessaria. Nelle circostanze attuali, il problema sembra essere ancor più serio, considerando il sottilissimo margine con cui l’attuale governo ha vinto le elezioni politiche dell’aprile 2006. Senza un programma di riforme dinamico, la situazione dell’Italia potrebbe avere ripercussioni dirette sul resto dell’Unione Europea. Il fatto di far parte dell’UEM in teoria costringe il paese a guardare in faccia i suoi punti deboli e a prendere provvedimenti decisi per risolverli. Ma sarà in grado di farlo? Se continuerà a non affrontare il problema, il prezzo da pagare potrebbe essere l’uscita dall’UEM, e questo naturalmente avrebbe ripercussioni sullo stato generale dell’integrazione monetaria. __________________ A questo punto guardiamo al futuro prossimo, poichè quello remoto non promette bene vista l’attuale situazione italiana. Il 12 e il 13 Aprile saranno dunque giorni cruciali per la vita del paese o balzeremo ancora nel solito brodo nel quale da 11 anni facciamo il bagno? Riusciranno i nostri politici a spezzare questa catena di situazioni che da cosi tanto tempo hanno legato la nazione a una gogna che poggia sulle spalle di ogni singolo italiano, dal suo primo attimo di vita al suo ultimo respiro? Il tempo stringe e per ancora una volta noi, popolo italiano resteremo a guardare sperando che anche gli ultimi barlumi della nostra fiducia riposta nelle istituzioni e nella politica non vengano a spegnersi definitivamente. Di cosa c’è bisogno in Italia? La lista è veramente lunga e densa di problemi di spessore, cercherò di fare un elenco compatto e preciso: – Ristrutturazione dell’ apparato politico Italiano (riduzione del numero di parlamentari, del numero di partiti, dei privilegi extra, degli stipendi dei politici) – Snellire il processo legislativo(riduzione da 2 a 1 camera evitando il rimbalzo dei decreti legge da senato a camera dei deputati) – Revisione dell’apparato giudiziario (forte inasprimento di tutte le pene, riduzione della durata dei processi: maggior tutela del cittadino) – Ottimizzazione dell’apparato Politico – Istituzionale (soppressione\riorganizzazione di compartimenti istituzionali inutili o quasi: comunità montane, province, enti pubbilici “fantasma”) – Combattere l’evasione fiscale (riducendo la pressione fiscale, intensificando i controlli ed inasprendo le sanzioni) – Riduzione della pressione fiscale (possibile solo se si riducono i costi della politica, della spesa pubblica e l’evasione fiscale) – Adeguare i salari agli standard europei(40% – 50% più alti rispetto alla media italiana) – Modernizzare l’industria italiana (promuovere e investire in ricerca, puntare sul settore tecnologico) – Energia elettrica (ridurre l’importazione ed incrementare la capacità produttiva italiana, tornare al nucleare: unica soluzione di spessore per la produzione massiva di elettricità) Le conseguenze del raggiungimento degli obbiettivi sopra indicati comporterebbe un enorme calo della spesa pubblica, di conseguenza una riduzione dei costi di gestione dello Stato che si tradurrebbe in una riduzione di costi per il cittadini, quindi meno tasse. Con un processo legislativo più snello si riuscirebbe a fare le successive riforme con maggiore rapidità, evitando gli eterni rimbalzi delle leggi tra le 2 camere, cosa che in Italia non succede raramente, specie quando non vi è al governo una maggioranza forte. Da qui bisognerebbe rapidamente riformare l’apparato giudiziario, modernizzandolo e digitalizzandolo, riducendo al minimo l’enorme volume di scartoffie che vengono prodotte e che rallentano ulteriormente i processi (senza poi parlare di ecologia e impatto ambientale). E’ fondamentale e prioritario inasprire enormemente le pene, eliminare l’indulto e ridurre privilegi e sconti di pena ai carcerati, integrando magari la semplice reclusione con lavori di pubblica utilità nel rispetto dei diritti del detenuto riducendo cosi i costi enormi della struttura carceraria. Parlando poi di ottimizzazione dell’apparato di pubblica utilità sarebbe necessario sopprimere o quantomeno riorganizzare enti e apparati pubbilici che in seguito alle modifiche del sistema istituzionale si trovano a produrre servizi di dubbia utilità (o spesso non producono nessun servizio). Per quanto riguarda il sommerso, l’evasione fiscale, una delle grandi bestie nere italiane, basterebbe ridurre l’imposizione fiscale, semplificarne il pagamento e contemporaneamente inasprire le sanzioni per chi non le paga ed intensificando i controlli. La riduzione della pressione fiscale in Italia è direttamente collegata a vari fattori: re di questi è sicuramente la riduzione dei costi di gestione dello stato, ovvero la spesa pubblica. In seconda istanza riducendo la quantità di evasori si otterrebbe gettito fiscale maggiore dando ulteriori possibilità al governo di ridimesionare la pressione della tassazione sul singolo individuo (bisognerebbe passare dal 38% al 20 – 25% di imposizione sugli stipendi). Con la riduzione della pressione fiscale i salari dei lavoratori si troverebbero in una situazione sicuramente migliore rispetto a quella attuale, aumentandone il potere di acquisto. Infatti si osserva in Italia che un lavoratore porta a casa annualmente tra i 18 e i 20 mila euro annui al netto delle tasse, somma ridicola rispetto ai 31 mila dei lavoratori Francesi, ai 36 mila dei Tedeschi e ai quasi 40 mila degli Inglesi. Un ulteriore spinta ai salari dovrebbe poi darla lo Stato, in un quadro economico nel quale la spesa pubblica è stata fortemente ridimensionata e le stesse aziende, valorizzando il lavoro specializzato e rapportando la busta paga anche a parametri di meritocrazia e produttività. La ricerca poi, tasto dolente dell’industria e delle università italiane, rimasta nel dimenticatoio da sempre. Sotto elezioni si sente sempre parlare di ricerca: “bisogna finanziare la ricerca”, “finanzieremo la ricerca”. Mai successo, o meglio mai più di tanto. Le stesse aziende italiane non sponsorizzano la ricerca, a differenza delle altre aziende comunitarie e non. Questo perchè la “grande” industria Italiana è arcaica e ha puntato tutto in settori dove il progresso scientifico è come un colpo di striscio ovvero poco importante per l’attività produttiva. Se in Italia si in incominciasse a puntare sulla tecnologia e sull’innovazione si potrebbe parlare di ricerca, ma fino a quel momento le cose, a parer mio, sono destinate a rimanere pressochè allo stesso modo (inoltre i prodotti di natura tecnologica sono difficilmente imitabili da paesi come Cina e affini..). La fornitura poi di energia elettrica in Italia è un problema da quando qualcuno ha deciso di fare un referendum sul nucleare subito dopo un disastro come quello di Chernobyl, con la conseguente prevedibile e ovvia abolizione del nucleare in Italia, cosa che ci ha condannati ad acquistare energia, per il 70% prodotta da centrali nucleari, dall’estero. I principali fornitori di elettricità per l’Italia sono rispettivamente: Francia, Germania, Svizzera e Austria (che oltre all’energia nucleare ci vende amche quella prodotta dallo smaltimento dei rifiuti napoletani). Soluzione? Tornare in fretta al nucleare, il resto sono solo chiacchiere..

Lascia un commento »

Emergency – missione umanità

La scorsa settimana un team di Emergency e’ arrivato in Sierra Leone.
Scopo della missione: effettuare, su richiesta del Ministero della Sanita’, uno screening di pazienti cardiopatici. Le visite sono state effettuate presso lo stesso Centro medico-chirurgico di Emergency a Goderich. Sono stati visitati 61 pazienti, in prevalenza bambini o giovani adulti, 17 dei quali necessitano di un trasferimento al Centro Salam di cardiochirurgia in Sudan.

Il paziente piu’ urgente da far arrivare a Khartoum si chiama Joseph Samura, 7 anni e una stenosi polmonare (una malformazione congenita della parte destra del cuore).

Grazie al lavoro congiunto della sede di Milano, del Centro medico-chirurgico di Goderich e del Centro Salam in Sudan, il piccolo Joseph e la sua mamma sono stati trasferiti in tempo a Khartoum e il piccolo paziente e’ stato operato con successo.

Lascia un commento »