Ultime dalla Regione Molise

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE DEL MOLISE MARIO PIETRACUPA NON PERMETTE DI DISCUTERE SULLA RICHIESTA DI RINVIO A GIUDIZIO DELL’ON. A.M. IORIO. In modo singolare rispetto alla prassi seguita dall’insediamento della legislatura, il Presidente del Consiglio Regionale del Molise, Mario Pietracupa (UDC) non ha permesso di discutere della pregiudiziale presentata ai sensi dell’art.49 del Regolamento dal consigliere regionale del PD, Michele Petraroia, sulla richiesta della Procura della Repubblica di Campobasso di rinviare a giudizio il Presidente della Giunta Regionale del Molise, l’On. Angelo Michele IORIO. Con una decisione unilaterale non ha aperto il dibattito in Aula ed ancora più grave è stato il comportamento del Presidente della Regione, On. Iorio, che non ha ritenuto nemmeno di fare una comunicazione al Consiglio sulla grave vicenda giudiziaria trattata a livello nazionale dai principali organi d’informazione radiotelevisivi e di stampa. Eppure secondo le regole del processo penale il GUP procederà a indire la prima udienza in un arco temporale rapido e in quella sede l’On. Iorio potrebbe scegliere l’eventuale rito abbreviato anziché il pubblico e ordinario dibattimento. In una simile situazione la Regione Molise non potrebbe più costituirsi parte civile per quanto accaduto. Il silenzio del Presidente della Giunta è stato eloquente. Non ha nulla da dire ai molisani sulla sua vicenda giudiziaria. E non ha ritenuto di dire se adotterà l’atto o meno per far costituire la Regione Molise nel processo penale in caso di accoglimento dell’istanza di rinvio a giudizio avanzata dal P.M. del Tribunale di Campobasso, Dott. F. Papa. E’ evidente che non c’è alcun obbligo a rassegnare il mandato istituzionale così com’è chiaro che vale la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva. Ma si pone o no, una questione d’ordine morale e di etica pubblica, al di là, della condanna o dell’assoluzione secondo le conclusioni del processo penale ? Campobasso, 29 gennaio 2008 Michele Petraroia— Ho voluto riportare la notizia dal blog di Petraroia per dare risalto alla grave situazione sollevatasi in Regione. I commenti li lascio a voi lettori.. purtroppo queste cose non mi meravigliano più. Mancanza di serietà, oltre che di etica e morale pubblica..

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Problemi all’Italiana – sarà questa la volta buona? Chi lo sa..

I problemi dei tedeschi e dei francesi, per quanto gravi siano, impallidiscono di fronte alle difficoltà in cui si dibatte l’Italia, la società bloccata per eccellenza nel vecchio continente. Nel 1987 l’Italia annunciò ufficialmente di aver superato la Gran Bretagna nella classifica del PIL. Da quella data ad oggi, il tasso di crescita del Bel Paese è stato il più basso di tutta l’Unione Europea, inferiore rispetto sia alla Germania sia alla Francia. Anche includendo la fetta considerevole rappresentata in Italia dall’economia sommersa, oggi l’economia italiana è pari solo all’80% circa di quella britannica. Nel 2005 la crescita del Bel Paese è stata vicina allo zero. Il debito pubblico oltrepassa il 100% del PIL: il paese spende ogni anno il 4,5% delle sue entrate per rimborsare gli interessi. L’Italia ha costruito la sua prosperità su industrie vulnerabili alla concorrenza estera, come il tessile, l’abbigliamento e il comparto del mobile. L’Italia è in ritardo in base a quasi tutti i parametri di Lisbona, compresi l’istruzione e gli investimenti in tecnologia dell’informazione. La percentuale di persone sopra i 55 anni che ancora lavorano è bassissima. Un’analisi condotta dalla Commissione Europea nel 2003, che prendeva in esame otto indicatori strutturali, classificava l’Italia all’ultimo posto fra gli Stati membri. La competitività di fondo è stata giudicata inferiore a quella del Portogallo e della Grecia, altri paesi arretrati da questo punto di vista. A differenza della Germania, i costi salariali non sono stati ridotti e nemmeno contenuti. Dal 1995, il costo per unità di manodopera in Spagna è calato del 15%; in Italia è cresciuto del 40%. L’Italia non possiede le grandi aziende che si possono trovare in Germania e in Francia. Per lungo tempo, il paese se l’è cavata ricorrendo a svalutazioni della moneta – come succedeva un tempo nel Regno Unito. In questo modo, l’Italia tornava temporaneamente competitiva, ma questo faceva sì che le riforme venissero semplicemente rimandate a data da destinarsi. Solo dopo l’ingresso nella moneta unica, le debolezze strutturali del Bel Paese sono diventate evidenti. Il sistema di welfare italiano si appoggia in misura considerevole alla famiglia tradizionale, un’istituzione che, al pari degli altri paesi sviluppati, sta vacillando. La percentuale di donne che lavorano è relativamente bassa. Il tasso di natalità è uno dei più bassi del mondo, 1,2 per mille contro il 2,7 degli anni Sessanta. Il figlio maschio che rimane a casa con i genitori è una figura ricorrente nelle famiglie italiane. Più dell’80% degli uomini tra i 18 e i 30 anni d’età vive ancora con i genitori. Il padre italiano medio ha 33 anni al momento della nascita del primo figlio. Avviare un’impresa è difficile in Italia, a causa di normative arcane. Chiunque voglia fondare un’impresa deve passare attraverso un calvario di sedici procedure, che richiedono sessantadue giorni lavorativi per essere espletate. In Francia, per fare la stessa cosa ci vogliono cinquantatrè giorni, in Germania quarantacinque (e soltanto tre in Danimarca). Il mercato del lavoro è diviso come qualsiasi altro in Europa, con forti protezioni per quello che un impiego l’hanno già. Tutti i nuovi posti di lavoro arrivano dai settori non protetti e dalla vasta economia sommersa. È l’economia sommersa che dà alla società italiana una solidità smentita dalle statistiche ufficiali, e una flessibilità e un’adattabilità maggiori. Come succede in Francia, anche in Italia moltissimi lavoratori hanno contratti a tempo indeterminato. Non esiste un sistema organico di protezione per i disoccupati. I sostegni al reddito elargiti dal governo vengono decisi caso per caso, e in genere non coprono le piccole imprese(e in Italia le piccole imprese producono il 70% del PIL). Il governo di centrosinistra entrato in carica nel 2006 propone un sistema che darebbe maggiori protezioni a un lavoratore quanto più è lunga la sua anzianità di servizio, invece di creare un nuovo contratto d’impiego come si è cercato di fare in Francia. L’età ufficiale di pensionamento in Italia è di 65 anni per gli uomini e di 60 per le donne. Ma l’età media reale di pensionamento, per entrambi i sessi, è di 57 anni. Il governo Berlusconi aveva presentato piani per portare l’età di pensionamento reale fino a 60 anni entro il 2010, decurtando le pensioni a chi lasciava il lavoro prima. Alla fine, però, è stata adottata una riforma molto meno ambiziosa del progetto iniziale. Le università italiane sono sovraffollate fino alla saturazione, le riforme efficaci sono state poche e il livello della spesa per la ricerca è troppo basso. Senza cambiamenti strutturali, il paese non ha nulla da investire. A causa delle proporzioni dell’economia sommersa – in gran parte concentrata nel Meridione, con Napoli nel ruolo di capitale del settore – l’evasione fiscale annua sfiora i 100 miliardi di euro. L’Italia è stata paragonata a una rana messa in una pentola di acqua fredda [nota mia: è un’immagine che uso spesso anch’io!]: «Il fuoco è stato acceso e la rana finirà col morire, dolcemente, senza rendersene conto». È un’osservazione non priva di fondamento. Il senso della crisi, tanto visibile in Germania e in Francia, in Italia sembra non esistere. È un paese forse troppo abituato alle crisi, e all’avvicendarsi dei governi, per prendere troppo sul serio l’attuale impasse. Eppure il paese deve far fronte, da tutti i punti di vista, a difficoltà estremamente pressanti. Il suo stile di vita sta diventando insostenibile, anche prendendo a riferimento un periodo di tempo relativamente breve. Non potendo più usare l’espediente della svalutazione, l’unica opzione a disposizione è una profonda riforma strutturale. Ma il sistema politico nazionale, con le sue coalizioni composite e i suoi ben radicati interessi consolidati, appare male equipaggiato per garantire la spinta politica necessaria. Nelle circostanze attuali, il problema sembra essere ancor più serio, considerando il sottilissimo margine con cui l’attuale governo ha vinto le elezioni politiche dell’aprile 2006. Senza un programma di riforme dinamico, la situazione dell’Italia potrebbe avere ripercussioni dirette sul resto dell’Unione Europea. Il fatto di far parte dell’UEM in teoria costringe il paese a guardare in faccia i suoi punti deboli e a prendere provvedimenti decisi per risolverli. Ma sarà in grado di farlo? Se continuerà a non affrontare il problema, il prezzo da pagare potrebbe essere l’uscita dall’UEM, e questo naturalmente avrebbe ripercussioni sullo stato generale dell’integrazione monetaria. __________________ A questo punto guardiamo al futuro prossimo, poichè quello remoto non promette bene vista l’attuale situazione italiana. Il 12 e il 13 Aprile saranno dunque giorni cruciali per la vita del paese o balzeremo ancora nel solito brodo nel quale da 11 anni facciamo il bagno? Riusciranno i nostri politici a spezzare questa catena di situazioni che da cosi tanto tempo hanno legato la nazione a una gogna che poggia sulle spalle di ogni singolo italiano, dal suo primo attimo di vita al suo ultimo respiro? Il tempo stringe e per ancora una volta noi, popolo italiano resteremo a guardare sperando che anche gli ultimi barlumi della nostra fiducia riposta nelle istituzioni e nella politica non vengano a spegnersi definitivamente. Di cosa c’è bisogno in Italia? La lista è veramente lunga e densa di problemi di spessore, cercherò di fare un elenco compatto e preciso: – Ristrutturazione dell’ apparato politico Italiano (riduzione del numero di parlamentari, del numero di partiti, dei privilegi extra, degli stipendi dei politici) – Snellire il processo legislativo(riduzione da 2 a 1 camera evitando il rimbalzo dei decreti legge da senato a camera dei deputati) – Revisione dell’apparato giudiziario (forte inasprimento di tutte le pene, riduzione della durata dei processi: maggior tutela del cittadino) – Ottimizzazione dell’apparato Politico – Istituzionale (soppressione\riorganizzazione di compartimenti istituzionali inutili o quasi: comunità montane, province, enti pubbilici “fantasma”) – Combattere l’evasione fiscale (riducendo la pressione fiscale, intensificando i controlli ed inasprendo le sanzioni) – Riduzione della pressione fiscale (possibile solo se si riducono i costi della politica, della spesa pubblica e l’evasione fiscale) – Adeguare i salari agli standard europei(40% – 50% più alti rispetto alla media italiana) – Modernizzare l’industria italiana (promuovere e investire in ricerca, puntare sul settore tecnologico) – Energia elettrica (ridurre l’importazione ed incrementare la capacità produttiva italiana, tornare al nucleare: unica soluzione di spessore per la produzione massiva di elettricità) Le conseguenze del raggiungimento degli obbiettivi sopra indicati comporterebbe un enorme calo della spesa pubblica, di conseguenza una riduzione dei costi di gestione dello Stato che si tradurrebbe in una riduzione di costi per il cittadini, quindi meno tasse. Con un processo legislativo più snello si riuscirebbe a fare le successive riforme con maggiore rapidità, evitando gli eterni rimbalzi delle leggi tra le 2 camere, cosa che in Italia non succede raramente, specie quando non vi è al governo una maggioranza forte. Da qui bisognerebbe rapidamente riformare l’apparato giudiziario, modernizzandolo e digitalizzandolo, riducendo al minimo l’enorme volume di scartoffie che vengono prodotte e che rallentano ulteriormente i processi (senza poi parlare di ecologia e impatto ambientale). E’ fondamentale e prioritario inasprire enormemente le pene, eliminare l’indulto e ridurre privilegi e sconti di pena ai carcerati, integrando magari la semplice reclusione con lavori di pubblica utilità nel rispetto dei diritti del detenuto riducendo cosi i costi enormi della struttura carceraria. Parlando poi di ottimizzazione dell’apparato di pubblica utilità sarebbe necessario sopprimere o quantomeno riorganizzare enti e apparati pubbilici che in seguito alle modifiche del sistema istituzionale si trovano a produrre servizi di dubbia utilità (o spesso non producono nessun servizio). Per quanto riguarda il sommerso, l’evasione fiscale, una delle grandi bestie nere italiane, basterebbe ridurre l’imposizione fiscale, semplificarne il pagamento e contemporaneamente inasprire le sanzioni per chi non le paga ed intensificando i controlli. La riduzione della pressione fiscale in Italia è direttamente collegata a vari fattori: re di questi è sicuramente la riduzione dei costi di gestione dello stato, ovvero la spesa pubblica. In seconda istanza riducendo la quantità di evasori si otterrebbe gettito fiscale maggiore dando ulteriori possibilità al governo di ridimesionare la pressione della tassazione sul singolo individuo (bisognerebbe passare dal 38% al 20 – 25% di imposizione sugli stipendi). Con la riduzione della pressione fiscale i salari dei lavoratori si troverebbero in una situazione sicuramente migliore rispetto a quella attuale, aumentandone il potere di acquisto. Infatti si osserva in Italia che un lavoratore porta a casa annualmente tra i 18 e i 20 mila euro annui al netto delle tasse, somma ridicola rispetto ai 31 mila dei lavoratori Francesi, ai 36 mila dei Tedeschi e ai quasi 40 mila degli Inglesi. Un ulteriore spinta ai salari dovrebbe poi darla lo Stato, in un quadro economico nel quale la spesa pubblica è stata fortemente ridimensionata e le stesse aziende, valorizzando il lavoro specializzato e rapportando la busta paga anche a parametri di meritocrazia e produttività. La ricerca poi, tasto dolente dell’industria e delle università italiane, rimasta nel dimenticatoio da sempre. Sotto elezioni si sente sempre parlare di ricerca: “bisogna finanziare la ricerca”, “finanzieremo la ricerca”. Mai successo, o meglio mai più di tanto. Le stesse aziende italiane non sponsorizzano la ricerca, a differenza delle altre aziende comunitarie e non. Questo perchè la “grande” industria Italiana è arcaica e ha puntato tutto in settori dove il progresso scientifico è come un colpo di striscio ovvero poco importante per l’attività produttiva. Se in Italia si in incominciasse a puntare sulla tecnologia e sull’innovazione si potrebbe parlare di ricerca, ma fino a quel momento le cose, a parer mio, sono destinate a rimanere pressochè allo stesso modo (inoltre i prodotti di natura tecnologica sono difficilmente imitabili da paesi come Cina e affini..). La fornitura poi di energia elettrica in Italia è un problema da quando qualcuno ha deciso di fare un referendum sul nucleare subito dopo un disastro come quello di Chernobyl, con la conseguente prevedibile e ovvia abolizione del nucleare in Italia, cosa che ci ha condannati ad acquistare energia, per il 70% prodotta da centrali nucleari, dall’estero. I principali fornitori di elettricità per l’Italia sono rispettivamente: Francia, Germania, Svizzera e Austria (che oltre all’energia nucleare ci vende amche quella prodotta dallo smaltimento dei rifiuti napoletani). Soluzione? Tornare in fretta al nucleare, il resto sono solo chiacchiere..

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Emergency – missione umanità

La scorsa settimana un team di Emergency e’ arrivato in Sierra Leone.
Scopo della missione: effettuare, su richiesta del Ministero della Sanita’, uno screening di pazienti cardiopatici. Le visite sono state effettuate presso lo stesso Centro medico-chirurgico di Emergency a Goderich. Sono stati visitati 61 pazienti, in prevalenza bambini o giovani adulti, 17 dei quali necessitano di un trasferimento al Centro Salam di cardiochirurgia in Sudan.

Il paziente piu’ urgente da far arrivare a Khartoum si chiama Joseph Samura, 7 anni e una stenosi polmonare (una malformazione congenita della parte destra del cuore).

Grazie al lavoro congiunto della sede di Milano, del Centro medico-chirurgico di Goderich e del Centro Salam in Sudan, il piccolo Joseph e la sua mamma sono stati trasferiti in tempo a Khartoum e il piccolo paziente e’ stato operato con successo.

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Nuova candidatura per i leader uscenti del PD in Molise

Ruta e Massa, bis vicino Nel Partito democratico vicina la riconferma degli uscenti Le assemblee dei circoli territoriali del Pd stanno parlando di candidature. O meglio, di uomini e donne in grado di rappresentare al meglio quella che è la rivoluzione Partito democratico. Ieri Termoli e Montenero (tanto per citare le realtà territoriali più ampie) hanno espresso il loro consenso per la ricandidatura degli uscenti e hanno avanzato ai vertici regionali del Pd la richiesta di una presenza in lista di candidati rappresentativi dell’area di riferimento. A Montenero si è votato per alzata di mano, a conferma della necessità di essere sinceri, schietti e con lo sguardo puntato all’obiettivo di raggiungere. Quindi, grossi problemi per il generale Massa e il delfino Ruta non ci dovrebbero essere. Cosa questa che mette il sale sulla lingua di chi, invece, in questa riconferma doppia, vede pochissimo rinnovamento. Chi, in sintesi, sottolinea come questo passaggio delle candidature nelle assemblee dei circoli territoriali non sia affatto assimilabile con il principio base sul quale si regge il Pd: le Primarie, sempre.tratto da Il Nuovo Molise

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Sono in molti a criticare questa ri-candidatura dei due leader del centro sinistra molisano ora rappresentanti del Partito Democratico della regione.  Dov’è il rinnovamento che tanto rivendica il PD in tutto questo? E questo che molti pensano. Anche a livello nazionale vi sono molti visi noti, lo stesso Veltroni non è nuovo al mondo della politica, o Letta, o anche Follini e Di Pietro. Bisogna ricordare a tutti coloro che lanciano delle critiche ai personaggi politici veterani del partito che vuol’essere “simbolo del rinnovamento in Italia” che qualcuno che di politica se ne intende ci deve pur essere dentro. Coloro che sono posti alla guida del movimento devono per forza di cose essere navigati per dare un forte imprint al resto del movimento, devono avere la capacità di coinvolgere e comunicare ed hanno la responsabilità dell’esito di questa sferzata di innovazione.  Andiamo però a dare un occhiata al resto dei membri del partito.. di persone nuove ce ne sono eccome!

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Comunicato Coalizione Generazionale Under 35. All’attenzione di tutti i giovani!

COALIZIONE GENERAZIONALE

UNDER-35

http://www.coalizionegenerazionale.it

 

 

INNOVATORI EUROPEI

GIOVANI E DONNE

http://www.innovatorieuropei.com


 

MERCOLEDI’ 20 FEBBRAIO 2008

 

COMUNICATO CONGIUNTO

ALLE DIREZIONI DEI PRINCIPALI PARTITI ITALIANI

 

 

<<CANDIDATE NELLE VOSTRE LISTE I GIOVANI “NORMALI”

PER UN VERO RICAMBIO DI CLASSE DIRIGENTE>>

 

 

I movimenti Coalizione Generazionale Under-35 e Innovatori Europei – Giovani e Donne,  rappresentanti alcune migliaia di giovani elettori italiani di ogni schieramento, chiedono congiuntamente e pubblicamente alle direzioni dei principali partiti nazionali – e in particolare al Partito Democratico e al Popolo della Libertà – di candidare una significativa percentuale di giovani “normali” nelle loro liste elettorali.

 

“Siamo convinti”, dichiara il Portavoce Nazionale di CG-35, Luca Bolognini, “che la candidatura di eccellenti giovani industriali non basti a comportare “ricambio”, senza la compagnia, in lista e con parità di chance, di ottimi giovani tanto impegnati socialmente quanto normalmente sconosciuti.”

 

“E’ evidente che le elezioni politiche di Aprile possano e debbano essere un momento di “rottura” e di “Innovazione drastica” nel nostro Paese “dichiara il Coordinatore Nazionale di Innovatori Europei, Massimo Preziuso“. L’Italia ha adesso bisogno di trovare un nuovo sentiero di crescita sociale, culturale ed economica, in un contesto che è drasticamente cambiato negli ultimi 5-10 anni, che veda “protagonista” quella generazione di giovani venti-trentenni, che finora hanno soltanto subito tali cambiamenti “.

 

La nuova Italia, infatti, è fatta di venti-trentenni che si sono allontanati dalla politica gerontocratica, che la temono come qualcosa di lontano, dannoso, delusi per la miope incapacità dei partiti di rigenerarsi e di produrre riforme di lunga gittata e di forte impatto. Ma queste stesse generazioni si dedicano ogni giorno con tenacia e passione a creare le famiglie di domani, a re-immaginare il loro lavoro flessibile, a investire talento in imprese innovative, ad aiutare il prossimo nell’associazionismo non-profit, a battersi per la pace e l’integrazione, a vivere da dentro la nascente storia europea, a realizzare grandi network relazionali, a scambiarsi idee e contenuti nei blog e sui forum di internet: tutte queste non sono altro che attenzioni spontanee per la dimensione pubblica e comune, e un sistema sano saprebbe trasformarle in impegno politico, valorizzando le persone più attive e capaci.

 

Avranno Veltroni e Berlusconi, ma anche Casini, Bertinotti, Storace e gli altri capi di partito italiani il coraggio di candidare nelle loro liste, con pari opportunità, non solo “figli di” o giovani già detentori di potere negli attuali ingranaggi? Sapranno individuare e coinvolgere le risorse umane di alta qualità che le nuove generazioni esprimono nella società civile, su tutto il territorio nazionale? Analizzando quanti e quali giovani saranno candidati, capiremo la stoffa di questi leader e le fondamenta su cui si poggiano i nuovi partiti: questo sarà il segno sotto il quale nascerà, se nascerà, la “Terza Repubblica”.

 


Luca Bolognini

Portavoce nazionale Coalizione Generazionale

 

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Ambulanze incendiate all’ospedale Veneziale di Isernia.

tratto dalla rivista online, il Nuovo Molise:

Gli esperti della Orion di Calenzano ne sono più che convinti.Un incubo per i volontari di Isernia Soccorso e un <giallo> per gli uomini della Squadra Mobile di Isernia incaricati di scoprire le cause dell’incendio che ha distrutto in un colpo solo tre ambulanze parcheggiate nel piazzale antistante l’Ospedale Veneziale di Isernia. <Un fatto mai accaduto prima – dice Nicola Avorgna responsabile di Isernia Soccorso – e comunque un fatto gravissimo perché non è possibile incendiare mezzi che servono alla cittadinanza e soprattutto alle fasce più deboli>. Nicola Avorgna non crede affatto che si sia trattato di un corto circuito. <La polizia sta indagando – dice Avorgna – e aspettiamo con ansia quello che scaturirà da questi accertamenti ma è impossibile pensare ad un corto circuito. Gli stessi esperti della Orion di Calenzano lo hanno ribadito. E’ successo una sola volta che un mezzo ha preso fuoco, ma era in marcia. Le nostre ambulanze erano ferme nel piazzale da qualche giorno e con temperature in picchiata come quelle dei giorni scorsi è impossibile che si sia generato un corto circuito>. Non lo vuole dire chiaramente Avorgna, ma le piste che più sono accreditate sono quelle di un atto di vandalismo o un attentato incendiario vero e proprio. Insomma dietro ci potrebbe essere la matrice dolosa. In attesa che le indagini facciano chiarezza, però, c’è da affrontare l’emergenza che si è creata nel trasporto dei malati. <Un’ambulanza, l’unica rimasta, ovviamente non è sufficiente. Dobbiamo ringraziare anche l’associazione Emergenza Volturno che ce ne ha prestata una, ma dobbiamo pensare a comprare un altro mezzo. Certo non possiamo pretendere che sia come quelli distrutti dal rogo, il cui valore complessivo è di centomila euro>. Allora noi di Nuovo Molise facciamo un appello alle istituzioni e a tutti coloro che intendono dare una mano alla Isernia Soccorso. Oltretutto chiunque voglia donare una cifra per aiutare l’associazione, può poi scaricarla dalla dichiarazione dei redditi. E poi la solidarietà non può e non deve avere prezzo. 

 

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Quello che è accaduto ad Isernia è senza dubbio molto grave nonchè un atto di grande vigliaccheria, infatti non credo che dei vandali possano arrivare a tanto. Per quanto mi riguarda invece è stato un atto lesivo mirato proprio alla Isernia Soccorso e alle sue ambulanze. Qualunque sia stato il motivo e la spiegazione a questo evento doloso bisogna capire che coloro che veramente sono stati danneggiati dalla attuale situazione sono ovviamente gli utenti delle ambulanze: persone malate, persone portatrici di handicap e tutti coloro necessitano di un trasporto in Pronto Soccorso. Mi auguro personalmente che i responabili di tale atto vengano individuati e perseguiti dalla legge perchè ritorsioni e vendette non avvengano più stile “Far-West” e soprattutto che non ne faccia le spese anche la comunità di Isernia.

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Sanità Italiana: il caso degli infermieri stranieri.

“Le richieste diventano pressanti: cliniche private, case di riposo, istituti per anziani e disabili non autosufficienti cercano come il pane infermieri professionali.Secondo l’Ipasvi, l’ordine professionale di categoria, oltre ai 326mila attivi, ne mancano altri 40 60mila. Senza contare il fabbisogno che nasce dall’assistenza domiciliare.Di infermieri ne servono 5mila solo a Torino, denuncia il Collegio torinese. Tantissimi, considerando che il Piemonte assorbe almeno il 15% del bacino nazionale. Sull’altro versante, i neolaureati in scienze infermieristiche sono appena 9mila l’anno, con un ricambio fisiologico di 13 14mila unità.Che fare? Non resta che guardare altrove, fuori dall’Italia. 7 La legge. La corsia preferenziale assegnata dalla legge Bossi Fini agli infermieri immigrati ( sono, infatti, esclusi dalle quote annuali) li rende molto ” appetibili”. Ma, a differenza degli infermieri comunitari, gli extracomunitari devono ottenere il riconoscimento del titolo di studio il che allunga i tempi della procedura ( si veda l’articolo in pagina). La cosiddetta equipollenza del titolo è concessa da una Commissione nazionale del ministero della Salute, quindi scatta l’iscrizione al Collegio Ipasvi del luogo di lavoro o di domicilio ma a condizione di aver superato un esame di lingua italiana e uno di deontologia e leggi professionali. 7 In corsia. Gli extracomunitari che ce l’hanno fatta a conquistare l’equipollenza sono 8 9mila: vengono da Perù, Colombia, Brasile, Romania, Bulgaria, Albania. Attualmente sono più di ventimila nelle corsie dei nostri ospedali, ospizi e case di cura.Almeno 8mila sono attivi nelle Regioni del Nord. La presenza varia anche da struttura a struttura. All’ospedale di Rivoli sono appena due o tre, ma a Torino, alle Molinette, struttura che ha dovuto mettere in stand by un bando da 150 infermieri extracomunitari, la percentuale sale anche al 60% dell’organico.Lo zoccolo duro, insomma, è quello degli italiani. Stoppato il reclutamento anche a Corbetta ( 40 unità) e Acqui ( altri 30), ma per motivi « giuridici » . A Trieste Ospedale maggiore, parla straniero almeno il 10% dell’organico, includendo la struttura di Gattinara.Stesso refrain in una struttura privata romana, al San Camillo, che registra un turnover di immigrati del 30 per cento.Da Firenze in giù le percentuali calano, per non parlare delle Regioni autonome Val d’Aosta e Trentino che richiedono la lingua tedesca e francese, il che rappresenta un ostacolo in più. 7 Le Agenzie. Per le assunzioni la legge Biagi ha cambiato regole, affidando il compito alle Agenzie di somministrazione in grado di operare direttamente all’estero ( si veda l’articolo in pagina). Esistono sul mercato cooperative create anche da infermieri stranieri già presenti in Italia, o da studi professionali associati.Intanto, gli stipendi, quelli legali. In caso di assunzione scattano anche per gli immigrati gli stipendi del contratto privato o pubblico degli infermieri professionali. Una novità sta nel fatto che nel recente rinnovo del contratto privato la percentuale di personale infermieristico assunto con contratti a termine è stata portata al 40% dei lavoratori a tempo indeterminato allo scopo evidente di favorire le assunzioni.L’Ipasvi, dal canto suo, sta favorendo con l’aiuto della Sanità il metodo della selezione nei Paesi di origine, in particolare nel Nordafrica e in America Latina, anche con la collaborazione delle Agenzie di somministrazione e relativo esame da parte di una commissione formata da rappresentanti dell’Ordine e del ministero della Salute.”

da: il Sole 24 Ore

realtà dei fatti è davvero questa? Nessuno in Italia vuole davvero più fare l’infermiere tanto che bisogna andarne a prendere all’estero?   Io credo che non sia cosi. La verità è che la figura del professionista infermiere in Italia sia tenuta davvero da poco conto ed insieme ad essa tutte le altre figure professionali dei paramedici che popolano le corsie degli ospedali italiani.Da alcuni anni ormai il trend delle aziende sanitarie locali è quello di risparmiare giustamente, e su cosa poterlo fare? Sul personale ovviamente, non su tutto il personale, ma esclusivamente su quello “non medico”. Lo stipendio medio di un infermiere professionale assunto nel pubblico a tempo indeterminato si aggira sui 1300-1400 euro. In queste 1400 euro vi sono compresi il rischio biologico, quello radiologico (quando si lavora in aree dove vi è il rischio di esposizione a raggi x e gamma) e l’indennità notturna, ovvero il compenso aggiuntivo che viene pagato quando si lavora di  notte, il quale ammonta a ben 2- 2,5 euro per ora! Aggiungete a tutto questo ben di dio delle reperibilità, ore di straordinario mal pagate (o a volte NON pagate) e al carico di responsabilità che si ha nel lavorare con la salute delle persone e cosa ne viene fuori? O fai l’infermiere per vocazione, o perchè non sei riuscito a fare altro, o fai semplicemente altro. Ora in questa situazione di pessima retribuizione (che coinvolge l’infermiere come molte altre figure professionali italiane) aggiungiamo anche il fatto che da ora gli ospedali hanno la possibilità di reclutare personale paramedico fuori frontiera con contratti a termine, di collaborazione e anche come tirocinanti elargendo loro uno stipendio che è dal 20 al 40% più basso rispetto ad un infermiere italiano di ruolo, e cosa ne verrà fuori? Anche quei pochi infermieri italiani che vogliono fare questo lavoro per passione non lo possono fare perchè i numerosi posti vacanti vengono saturati da stranieri sottopagati, di conseguenza anche i concorsi pubblici riguardanti questa professione disertano dalla Gazzetta Ufficiale.Ma in tutto questo la qualità del servizio erogato dove sta? Come si fa a verificare la reale preparazione di un infermiere che giunge da un posto dove magari l’Università nemmeno esiste? Come mai la comparazione del titolo universitario in questo tipo di professione è diventato esclusivamente un problema burocratico che comporta solo del tempo e nella quale non viene effettivamente controllata la preparazione della persona che ne fa richiesta?Spero che l’attuale direzione presa dalle nostre istituzioni in materia di sanità faccia riflettere davvero..  

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